mercoledì 28 settembre 2016

Beccaria, Della pena di morte

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime proporzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo fra tutti i beni, la vita? [...]
Non è dunque la pena di morte un diritto, [...] ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte. [...]
Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. [...] Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti. [...]
Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualsiasi animo determinato [...].
Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. [...]

Come si prevengano i delitti

 È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità [...].
Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole. Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo. Gli uomini schiavi sono più voluttuosi, più libertini, più crudeli degli uomini liberi. Questi meditano sulle scienze, meditano sugli interessi della nazione, veggono grandi oggetti, e gl’imitano; ma quegli contenti del giorno presente cercano fra lo strepito del libertinaggio una distrazione dall’annientamento in cui si veggono.

lunedì 26 settembre 2016

«Santità, se permette, rispondo così»

di Joseph H.H. Weiler
IL GIURISTA
Tre processi lunghi, nati nel Dopoguerra. E la «comunità di destino» è andata in crisi. Un grande giurista (europeo di adozione) spiega perché

Santità, vorrei cercare di rispondere, con umiltà, alla Sua domanda così semplice, così diretta, così “da Francesco”: Europa, cosa ti è successo?
Ma prima di rispondere, vorrei sottolineare l’importanza simbolica del fatto che non solo il Premio Carlo Magno sia stato conferito a Lei, ma che “tutta l’Europa” sia venuta a celebrare questa occasione. Sono passati pochi anni dal dibattito, quasi assurdo, nel quale la proposta di inserire nella Costituzione europea un riferimento alle radici cristiane, accanto a quelli, già accolti, alla tradizione greco-illuministica - proposta che mi pareva così naturale e costituzionalmente più che legittima -, è stata respinta. È chiaro, invece, che l’anima europea, la sua sensibilità valoriale, è radicata sia in Atene che in Gerusalemme, e vedo nel Premio di quest’anno non solo una manifestazione di rispetto e amore per la Sua personalità, ma anche un riconoscimento, un po’ tardivo, di questo fatto.
Noi due apparteniamo a tradizioni lunghissime. La Sua, cristiana, antica di duemila anni; la mia, ebraica, di quasi cinquemila. Siamo abituati a cercare spiegazioni alla condizione umana in processi lunghi. Così, la risposta che vorrei offrire alla Sua domanda si trova in tre processi, cominciati come reazioni alla Seconda Guerra mondiale e maturati negli ultimi anni.

Il primo. Per ragioni del tutto comprensibili, la stessa parola “patriottismo” dopo la guerra è diventata quasi una parolaccia. L’abuso del vocabolo e del concetto da parte dei regimi fascisti (e non solo loro) ha finito per “bruciarlo” nella nostra coscienza collettiva. E per tanti versi è bene che sia così. Però paghiamo anche un prezzo alto per l’esilio di questa parola - e del sentimento che indica - dal nostro vocabolario psico-politico. Perché il patriottismo ha pure una versione nobile: una disciplina di amore, il dovere di custodire la patria e il suo popolo, di accettare la nostra responsabilità civica verso la collettività. Di fatto, il vero patriottismo è l’opposto del fascismo: «Noi non apparteniamo allo Stato, è lo Stato che appartiene a noi». Questo tipo di patriottismo è parte integrale della versione repubblicana della democrazia.
Ora, il punto è che noi ci chiamiamo “Repubblica italiana” o “francese”. Ma ormai le nostre democrazie non sono affatto repubblicane. C’è lo Stato, c’è il Governo e ci siamo noi.
Siamo come azionisti di un’azienda. Se la direzione della società chiamata “Repubblica” non produce dividendi politici e materiali, cambiamo manager con il voto di un’assemblea di azionisti che si chiama “elezioni”. Per qualsiasi cosa che non funziona nella nostra società ci rivolgiamo alla dirigenza, come facciamo quando, per esempio, la nostra connessione internet non funziona: «Abbiamo pagato (le tasse), e guarda che servizio pessimo ci danno...». È sempre lo Stato responsabile. Mai noi. È una democrazia clientelistica che non solamente ci deresponsabilizza verso la nostra società, verso la nostra patria, ma che deresponsabilizza la nostra stessa condizione umana.

Il secondo processo che permette di spiegare cosa sia successo all’Europa nasce sempre come reazione alla guerra, ed è paradossale. Abbiamo accettato, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, un obbligo serio e irreversibile - radicato nelle nostre Costituzioni -: proteggere i diritti fondamentali degli individui anche contro la tirannia potenziale della maggioranza. In maniera più generale, il nostro vocabolario politico-giuridico è diventato un discorso sui diritti. I diritti del cittadino italiano sono protetti dai nostri Tribunali e soprattutto dalla Corte Costituzionale. Ma anche dalla Corte di giustizia dell’Unione, in Lussemburgo, e - ancora - dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Roba da far girare la testa.
Pensiamo a quanto sia diventato comune, nel discorso politico di oggi, parlare e parlare sempre di più di “diritti”. È enormemente importante. Non vorrei mai vivere in un Paese dove i diritti fondamentali non siano efficacemente tutelati. Però anche qui - come per l’esilio del patriottismo - paghiamo un prezzo caro. Anzi, di fatto due prezzi.
Anzitutto, la cultura nobile dei diritti mette sì l’individuo al centro, ma piano piano, quasi senza accorgersi, lo converte in un individuo auto-centrato. E il secondo effetto di questa “cultura dei diritti” - che è un assetto comune a tutti i cittadini europei - è un certo appiattimento della specificità politica e culturale, della propria identità nazionale.
La nozione della dignità umana - il fatto di essere stati creati ad immagine di Dio - contiene, allo stesso tempo, due aspetti. Da una parte implica che siamo tutti uguali nella nostra dignità umana fondamentale: ricchi e poveri, italiani e tedeschi... Dall’altra parte, riconoscere la dignità umana significa accettare che ognuno di noi è un universo intero, distinto e diverso da qualsiasi altra persona. E lo stesso vale per ognuna delle nostre società. Quando questo elemento di diversità viene sminuito, ci ribelliamo.

Il terzo processo che spiega che cosa sia successo all’Europa è la secolarizzazione. Intendiamoci: questa osservazione non è un richiamo evangelico. Non giudico la persona secondo la sua fede o la sua mancanza di fede. E anche se per me è impossibile immaginare il mondo senza il Signore - Santo e Benedetto Egli sia -, conosco troppe persone religiose odiose e molti atei di massima caratura morale... Ma l’importanza della secolarizzazione sta nel fatto che una voce una volta universale, nella quale l’accento era sul dovere e non solo sul diritto, sulla responsabilità personale di fronte a quello che accade e non sull’appello istintivo alle istituzioni statali, è quasi sparita dalla prassi sociale.
Anche questo processo è iniziato con la Guerra mondiale. Chi di noi, dopo aver visto ad Auschwitz le montagne di scarpe dei milioni di bambini assassinati, non ha posto la domanda: Dio, dove eri? E mi perdoni, Santità, se dico che non sono sicuro che la Chiesa, dal Dopoguerra al Concilio, non abbia in qualche modo aggravato questa crisi della fede...
Ci sono voluti decenni perché questi tre processi di maturazione poi producessero «uva selvatica» (Is. 5,2). L’impatto è ovunque, ma è ancora più pesante per ciò che riguarda l’Unione europea.
A prescindere dai suoi scopi economici, l’Unione è stata concepita come «comunità di destino». Il nostro destino come europei, determinati dalla nostra storia - orrenda e nobile -, dalla nostra eredità valoriale, dalla nostra prossimità geografica e culturale, richiedeva una mutualità, una responsabilità e una solidarietà che andavano al di là dei normali rapporti internazionali. Non vorrei fare prediche sulla pace, ma osservo semplicemente che anche questa pace, in Europa, è differente: è una pace basata su perdono e umanità, e non solamente su interessi e garanzie. Non esito a dire che la nozione stessa di «comunità di destino» somiglia un po’ a un matrimonio.

Ma oggi? L’Unione è tutt’altra cosa. Percepita come una minaccia all’identità nazionale, è diventata una unione di convenienze, di calcoli di vantaggi e svantaggi. Di solidarietà che esiste in periodi di prosperità, quando non è messa alla prova, ma sparisce in tempi di necessità. Un’unione di diritti, ma mai di doveri.
Io, Santità, sono italiano da poco. Può darsi che per questo non abbia imbarazzo a definirmi un “patriota italiano” e ad amare questo Paese che mi ha adottato. Ed essendo italiano, per forza sono europeo. Non perdo la speranza - perché, volenti o nolenti, siamo in un’Europa «comunità di destino». Quale destino sia, dipende da noi. Ma nel bene e nel male, non possiamo non dirci europei.
*Presidente dell’Istituto universitario europeo

Da "Tracce"

domenica 27 marzo 2016

Il decreto del 1616 sul Copernicanesimo

di Rafael Martínez 2016
 
Il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione dell’Indice, creata da Pio V nel 1571 allo scopo di esaminare le pubblicazioni sospette di errori dottrinali o morali, ed eventualmente includerle nell’Indice dei libri proibiti, pubblicò un nuovo Decreto che condannava il De revolutionibus orbium caelestium, di Niccolò Copernico, e altre due opere: In Iob Commentaria, di Diego di Zúñiga, e la Lettera di P.A. Foscarini (…) della mobilità della terra e stabilità del sole. Il Decreto includeva anche un divieto generale dei libri copernicani (omnes libros idem docentes).
La condanna del copernicanesimo fu il primo episodio critico del caso Galileo, e costituì un presupposto essenziale della sua condanna diciassette anni dopo. All’interno della vicenda che vide lo scienziato pisano avversato dalle autorità romane, il Decreto del 1616 fu l’unico documento pubblico di tipo dottrinale. Tuttavia, la questione “della mobilità della terra e la stabilità del sole”, come allora veniva posta, non era stata esaminata propriamente dalla Congregazione dell’Indice, che emise il Decreto, bensì dal Santo Uffizio, che secondo una pratica non infrequente si rivolse all’Indice per dar seguito ad una condanna ormai decisa.
  

Le peculiarità del Decreto

Non fu questa l’unica peculiarità del Decreto. Anche se la condanna del copernicanesimo ne era la ragione, essa appariva come secondaria. Dopo una lunga premessa volta a specificare il senso e la portata delle condanne, il Decreto inizia presentando un elenco di cinque opere di autori protestanti. Il fatto sorprendente è che, tranne in un caso, si tratta di opere già condannate in decreti precedenti. La condanna del copernicanesimo appare soltanto successivamente, chiaramente distinta dalle opere precedenti da un punto di vista tipografico. Inoltre, essa prende la forma di un lungo paragrafo sulle ragioni della condanna, diversamente dal solito breve elenco di libri condannati.
Quali sono le ragioni di queste peculiarità? Esse hanno a che fare con il processo che ha dato origine alla condanna.
La decisione di condannare i libri copernicani non partì dall’Indice, bensì dal Santo Uffizio, a conclusione di un lungo processo iniziato l’anno precedente, quando le prime accuse contro Galileo arrivarono a Roma provenienti dagli ambienti fiorentini. Quando, alla fine di questo processo, il Papa Paolo V determinò che la Congregazione dell’Indice si occupasse della condanna dei libri copernicani, stabilì anche che vi fossero aggiunta altre opere, già condannate o da condannare, scelte tra quelle ritenute più pericolose. Il cardinale di S. Cecilia, Paolo Sfrondati, si occupò di sceglierle; l’elenco sembra quindi poco meno che casuale. Quattro delle cinque opere incluse erano già state condannate l’anno precedente; soltanto una, attribuita ad Achilles Friedrich, Duca di Wurtemberg (in realtà una raccolta di commenti politici, curata da Thomas Lancius), veniva condannata per la prima volta.
Dietro questa scelta inusuale sembra esserci la volontà di non dare troppo rilievo alla censura del sistema copernicano, “mascherandola”, por così dire, dietro la censura di altre opere protestanti, la cui condanna poteva allora essere vista come un fatto normale. Tuttavia quest’ipotesi contrasta con l’urgenza con cui si agì nelle ultime settimane di febbraio 1616. Anche se la questione si protraeva da più di un anno, essa ricevette a fine febbraio una forte accelerazione. In quindici giorni passò al vaglio dei consultori, fu esaminata dal Santo Uffizio e successivamente dall’Indice, fino alla pubblicazione del Decreto. Non era percepita, quindi, come questione di poca importanza, ma tuttavia non si volle presentarla in modo troppo esplicito. Si potrebbe ipotizzare una certa consapevolezza, da parte degli estensori, che la questione non fosse del tutto fondata dal punto di vista dottrinale. Di fatto, il Santo Uffizio non accolse il parere espresso dai teologi e preferì non pronunziarsi pubblicamente. La pubblicazione di un Decreto che includeva delle altre opere, apertamente contrarie alla fede cattolica, serviva quindi a “trasferire” in qualche modo la loro “gravità dottrinale” anche ai libri copernicani. In questo modo sarebbe stato possibile prevenire meglio eventuali reazioni contrarie da parte dei difensori di Galileo.
   

La gestazione del Decreto: il “caso Galileo”

Il Decreto dell’Indice contro i libri copernicani si pone, come abbiamo detto, all’interno del caso Galileo. La pubblicazione del De Revolutionibus Orbium Caelestium di Niccolò Copernico nel 1543 non diede origine a particolari reazioni da parte delle autorità cattoliche, se si eccettua il tentativo di Bartolomeo Spina, Maestro di Sacro Palazzo, di esaminare l’opera di Copernico allo scopo di condannarla, secondo la testimonianza di Giovanmaria Tolosani. Successivamente, nessun altra reazione contraria alle dottrine di Copernico si produsse negli ambienti romani. Al contrario, l’astronomia copernicana ebbe un suo ruolo nella riforma del calendario ordinata da Gregorio XIII nel 1582, e diretta da Christopher Clavius, professore di matematica al Collegio Romano.
La comparsa di Galileo nel dibattito astronomico nel 1610, come risultato dell’impiego del telescopio e delle sue scoperte astronomiche, trasformò la questione copernicana in questione di attualità, ma diede anche luogo alle prime accuse. Il 7 febbraio 1615 il domenicano Niccolò Lorini scrisse al cardinale Sfrondati per denunciare la lettera di Galileo a Benedetto Castelli, in cui Galileo esponeva la sua visione della compatibilità tra scienza e sacra Scrittura. Poche settimane più tardi, Tommaso Caccini, anch’egli domenicano, presentò spontaneamente la sua testimonianza contro Galileo davanti al Santo Uffizio. La questione progredì lentamente. I tentativi fatti per ottenere l’originale della lettera a Castelli non ebbero successo, e d’altra parte un esame dottrinale della copia presentata da Lorini non sortì effetto, perché la lettera, nel suo insieme, fu giudicata conforme alla dottrina cattolica. Anche le accuse di Caccini, che aveva accennato a discorsi eterodossi tenuti tra i “galileiani”, finirono per svanire quando a fine novembre risultò finalmente possibile interrogare i testimoni. Galileo intanto decise di trasferirsi a Roma nel dicembre 1615, per cercare di prevenire gli attacchi al copernicanesimo, di cui era a conoscenza sin dal inizio.
Il Santo Uffizio stabilì, comunque, che venissero esaminate le Lettere sulle macchie solari, pubblicate da Galileo nel 1612. Non si hanno informazioni sull’esito di tale esame, ma forse come conseguenza, nel mese di febbraio 1616 fu deciso di esaminare la questione copernicana nella forma di due tesi: la mobilità della terra e la stabilità del sole. Anche se questa era una versione estremamente riduttiva dell’astronomia copernicana, lo stesso Galileo aveva presentato queste due proposizioni come “principalissimo punto di tutta la sua dottrina”.
Si arriva così ai fatti che condussero alla pubblicazione del Decreto del 1616. Le due questioni riguardanti la mobilità della terra e la stabilità del sole furono sottoposte ai qualificatori del Santo Uffizio venerdì 19 febbraio. La loro risposta era già pronta mercoledì 24 febbraio, e l’indomani ebbe luogo la riunione del Santo Uffizio. Il giudizio dato dai qualificatori fu estremamente rigoroso. Entrambe le proposizioni furono qualificate come “assurde e false in filosofia”; l’immobilità del sole era ritenuta formalmente eretica, e la mobilità della terra “almeno erronea nella fede”. Tuttavia, la Congregazione del Santo Uffizio, presieduta dal Papa Paolo V, non convalidò formalmente tale giudizio, cosa che avrebbe richiesto qualche atto pubblico che in realtà non ebbe luogo. Le decisioni, prese direttamente dal Papa, secondo il tenore dei verbali (il che tuttavia non toglie che fossero prese con l’autorità della Congregazione) sembrano essere state due. La prima fu chiaramente messa a verbale: l’ordine di ammonire Galileo perché abbandonasse tale dottrina. Infatti l’indomani, venerdì 26 febbraio, Galileo fu convocato dal Cardinal Bellarmino, e gli fu ordinato di abbandonare tale opinione. Trattandosi di un’ingiunzione personale, essa non aveva rilevanza dal punto di vista disciplinare o dottrinale per la generalità dei cristiani, ma esclusivamente per Galileo.
La seconda decisione non appare sul verbale, ma è pensabile che sia stata presa già allora: l’ordine alla Congregazione dell’Indice di procedere alla condanna dei principali libri che sostenevano la compatibilità dell’opinione copernicana con la Sacra Scrittura. Martedì 1° marzo il Cardinal Bellarmino, nel cui palazzo si teneva la riunione, propose alla Congregazione dell’Indice, a nome del Santo Padre, di deliberare circa la proibizione dei libri di Foscarini, Copernico e Zúñiga. Dopo un’approfondita discussione, i cardinali presenti determinarono di sospendere donec corrigantur (finché fossero corretti) il De Revolutionibus di Copernico e il Commento in Giobbe di Zúñiga, e di proibire in modo assoluto la Lettera di Foscarini. Si decise di proibire allo stesso modo omnes libros idem docentes, ovvero tutti i libri che in futuro avrebbero sostenuto la stessa dottrina. Giovedì 3 marzo, nella riunione del Santo Uffizio, il Papa approvò il contenuto del Decreto, e ne ordinò la pubblicazione, avvenuta sabato 5 marzo, quattrocento anni fa.
   

Il valore del Decreto

Quale portata dottrinale aveva il Decreto della Congregazione dell’Indice? Il Santo Uffizio evitò di pronunciarsi pubblicamente sulla qualifica dottrinale del copernicanesimo (della mobilità della terra e la stabilità del sole). E anche se trasferì alla Congregazione dell’Indice la risoluzione finale sul caso, sotto forma di condanna o sospensione di alcuni scritti, la decisione dottrinale di fatto non fu trasferita, perché solo di sua competenza. La Congregazione dell’Indice non possedeva delle competenze sulla dottrina, ma soltanto la missione di vietare o correggere i libri dannosi, fondandosi sulla dottrina esistente. Il Decreto non poteva avere quindi la pretesa di definire dottrinalmente il copernicanesimo. Doveva invece limitarsi ad enunciarlo utilizzando una qualifica ormai certa, che servisse a rispecchiare la ragione del conflitto. In tal modo il copernicanesimo non viene definito dottrinalmente, ma solo presentato in modo generico come una “dottrina pitagorica, falsa e del tutto contraria alla divina scrittura”. Il riferimento a Pitagora era già presente nel titolo dell’opera di Foscarini, mentre la qualifica di “falsa” faceva riferimento al punto di vista filosofico o naturale. Dal punto di vista teologico, il Decreto qualifica il copernicanesimo come contrario alla Sacra Scrittura. Ma tale espressione non era una “definizione dottrinale”, bensì l’indicazione di ciò che aveva dato origine al caso: l’opposizione tra la mobilità della terra e immobilità del sole, come sostenuto da Copernico, e le affermazioni della Sacra Scrittura secondo l’interpretazione allora corrente. La cosiddetta “condanna del copernicanesimo” consistette solo nella sospensione o proibizione dei testi copernicani, “affinché tale opinione non penetri di più in detrimento della verità cattolica”.
Il Decreto del 5 marzo 1616 costituiva, tuttavia, un errore di giudizio da parte delle autorità ecclesiastiche. Esso fu corretto soltanto nel 1757, quando Benedetto XIV diede ordine di togliere dall’Indice dei Libri Proibiti il divieto generale contro i libri copernicani, anche se le singole opere condannate vi rimasero fino al 1822.
Alla base di questo errore è possibile vedere tre diverse prese di posizione erronee da parte dell’autorità ecclesiastica.
Una prima, di ordine filosofico, condusse ad accettare il giudizio della  “scienza” allora ammessa, che riteneva falso il sistema copernicano. Tale accettazione, non sufficientemente vagliata, costituì il primo e fondamentale errore da parte dei teologi qualificatori e delle autorità della Curia romana: di fronte ad una novità intellettuale, da tempo diffusa e strenuamente difesa da Galileo e da altri, mancò la sufficiente apertura epistemologica per riconoscere che si faceva ormai strada un nuovo tipo di indagine scientifica sulla realtà.
La seconda presa di posizione è quella propriamente teologica, e riguarda la qualifica delle tesi copernicane come “contrarie alla Scrittura”. Anche ammettendo che essa descrivesse una situazione di fatto, avrebbe dovuto dar luogo ad un esame teologico nella linea dell’esegesi agostiniana, ripetutamente citata da Galileo nella Lettera a Cristina di Lorena, e di quella tomistica, in cui il senso letterale della Scrittura non si identifica affatto con ciò che Galileo denominò “il puro significato delle parole”. Tale esame, che avrebbe potuto mostrare l’irrilevanza dal punto di vista della Rivelazione di una questione di ordine fisico come la struttura del cosmo, fu purtroppo totalmente assente dal processo al copernicanesimo nel 1616, e anche successivamente dal processo a Galileo del 1633.
Su queste insufficienti basi filosofiche e teologiche, la decisione della Congregazione dell’Indice di proibire o sospendere i libri copernicani per evitare che una dottrina, non formalmente condannata ma ritenuta pericolosa, potesse recare danno alla fede del popolo cristiano, appare chiaramente come un terzo errore, anche se formulato solo su un piano prudenziale.
Il Decreto di condanna del copernicanesimo aprì una crisi tra scienza e fede, che fu difficile risanare nel tempo. Anche se il Decreto, in senso proprio, non aveva rilevanza dottrinale o dogmatica, fu interpretato così da molti. La condanna di Galileo nel 1633 rese il problema ancora più acuto. Paradossalmente, Galileo aveva colto la portata del Decreto. L’indomani della sua pubblicazione, egli scrisse a Curzio Picchena, primo segretario del Granduca Cosimo II, affermando che la Santa Chiesa “altro non ha risoluto se non che tale opinione non concordi con le Scritture Sacre”. Galileo era consapevole che la misura non aveva carattere dottrinale e poteva essere revocata, e per questo cercò di riaprire la questione dopo  l’elezione di Urbano VIII, mediante il suo Dialogo sui massimi sistemi del mondo, pubblicato nel 1632.

Dal sito del DISF

venerdì 25 marzo 2016

Un’Europa non farisaica per l’islam integrato e contro l’islam terrorista

ISLAM-EUROPA Un’Europa non farisaica per l’islam integrato e contro l’islam terrorista Samir Khalil Samir La febbre islamista si diffonde dappertutto, sempre con il carattere salafita. La lotta al terrorismo rischia di essere farisaica, se non condanna i Paesi che sostengono e finanziano il wahhabismo, cioè Arabia saudita, Qatar e Turchia. L’integrazione va fatta con regole precise. L’esempio di Austria e Svezia: no a finanziamenti di moschee dall’estero; predicazione solo nella lingua del luogo; diploma di imam attraverso scuola europea. Francia e Belgio, Stati laici, penalizzano i cattolici e favoriscono i musulmani in cambio di voti o di contratti economici. Roma (AsiaNews) - I tragici attentati di Bruxelles, hanno prodotto in Europa due atteggiamenti: uno guerriero e uno sentimentale.I terroristi che hanno compiuto gli attentati erano conosciutissimi dalla polizia, dai servizi segreti, eppure hanno fatto quello che hanno voluto. La nostra gente allora è diventata “guerriera”: attuare un sistema di sicurezza preciso, controllare i confini, rifiutare tutti i migranti, maledire tutte le proposte di integrazione. Poi c’è la gente comune, per esempio alcuni giovani che chiedono solo tranquillità e delegano la difesa a uno Stato divenuto ormai così fragile. Ma loro non si sentono responsabilizzati in nulla. Di fatto vi è la diffusa paura che il terrorismo ci derubi del nostro modo di vivere spensierato e “libero”. Molti giornali poi sottolineano “la guerra” dell’Europa. Ma l’Europa è in guerra da tanto tempo contro il jihadismo. Certo vi è ormai una escalation. La febbre islamista è ormai dappertutto. Non vi è più solo una zona o un Paese preciso. I jihadisti operano ovunque: per le strade, nei ristoranti, all’aeroporto, in metro. Sembra non ci sia più scampo. I terroristi approfittano di ogni situazione per far saltare tutto: Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Kenya, Libia,… Magari non sono le stesse persone o lo stesso gruppo, ma tutta questa violenza ha lo stesso cespite, che è il salafismo. C’è una ramificazione del pensiero islamico, che cerca di mondializzare il terrore. Il prof. Pierre Vermeren su Le Monde di ieri mostra la storia di questi gruppi marocchini, a cui appartengono i terroristi di Parigi e di Bruxelles. Essi o i loro genitori sono arrivati in Europa col boom delle industrie minerarie e dell’acciaio; con la crisi sono divenuti disoccupati; dopo la disoccupazione sono diventati criminali (spacciando hashish). Ma a questo punto, anche per uno strano patto economico con il mondo saudita, sono cominciati ad arrivare decine di predicatori wahhabiti, costruendo moschee su moschee. E questo fondamentalismo li ha presi e resi terroristi. Un fatto simile è avvenuto anche in Francia. Ma Belgio e Francia, con governi secolari, disinteressati alla religione, non si sono curati di questo aspetto e lo hanno lasciato crescere fino ad oggi. Gli Stati pensavano di poter controllare la situazione in modo politico e sociologico. E invece il fenomeno è loro scoppiato in faccia. In Belgio ci sono ormai quartieri dove la polizia non entra più. A Molenbeek [il quartiere di Salah Abdeslam, il terrorista arrestato in Belgio, responsabile delle stragi di Parigi – ndr], ma anche in altri quartieri, la polizia arriva, ma uomini barbuti li bloccano dicendo che quella è “casa loro” e le forze dell’ordine non ci devono entrare. Sono zone non più controllabili. In Francia c’è una situazione simile con quartieri dove la delinquenza giovanile fa il bello e il cattivo tempo. Anche se i loro genitori, più anziani, non sono d’accordo, i giovani si comportano da padroni e sono loro la legge. D’altra parte i prezzi e gli affitti in centro città sono molto alti e questa gente va a vivere nelle periferie, che diventano delle città a sé stanti. Il wahhabismo si diffonde dappertutto: coi soldi, con le moschee, con gli imam pagati dall’estero e questo è il risultato. La malattia islamica Gli Stati europei ora fanno proclami su un sistema di sicurezza forte, condiviso, ma non confessano la superficialità con cui hanno lasciato ad Arabia saudita, Qatar e altri Paesi finanziare predicatori, imam, moschee, lasciando predicare in arabo, lasciando crescere l’ideologia jihadista. Pochi Paesi, come l’Austria e la Svezia, hanno dato regole precise: non si accettano progetti di moschee finanziate dall’estero; le prediche nelle moschee devono avvenire nella lingua del Paese ospitante; gli imam devono essere formati nel Paese. In Austria ad esempio, si è cercato di iniziare una scuola teologica islamica locale dentro l’università, con programmi accademici: chi vuole essere imam riconosciuto, deve passare di là. Occorre mettere un minimo di regole: ad esempio, non si può pregare bloccando le strade. Questo, che è una specie di ricatto, è diventato molto diffuso. Una volta succedeva anche a Milano; a Parigi succede ancora adesso; a Marsiglia vi sono quartieri interi sequestrati per la preghiera! Gli Stati non capiscono nulla della religione e ancora meno della religione islamica e lasciano fare. Magari ai cattolici metteranno divieti, ma verso i musulmani si mostra accondiscendenza. La Francia, ad esempio, è spesso anti-cattolica nel suo governo e fa di tutto per frenare i cattolici, ma facilita i musulmani allo scopo di avere voti da loro. Forse lo stesso avviene in Italia. In Francia l’allora presidente Sarkozy ha messo in atto una legge dell’800, per la quale con il pagamento di un franco all’anno è possibile affittare per “motivi culturali” un terreno per la durata di 99 anni. Egli ha incoraggiato tutti i sindaci a affittare i terreni ai musulmani e non ai cristiani. E questo solo per motivi politici ed economici, per attirare voti e investimenti da parte di Arabia saudita, Qatar, Emirati. Qatar e Arabia saudita sono ufficialmente wahhabiti. In Europa nessuno li accusa di terrorismo, ma nella stampa araba tutti lo dicono, perché sono loro che aiutano i jihadisti. Sono loro a finanziare l’Isis; le armi comprate da loro passano attraverso la Turchia e finiscono proprio nelle mani dei jihadisti che poi ci ritroviamo in Europa. La Turchia fa il doppio gioco: si mostra “europea” e nello stesso tempo lascia passare i foreign fighters fino in Siria. Eppure nessuno critica questi Paesi. Da quasi un anno Riyadh sta bombardando lo Yemen, nelle regioni dove ci sono i sciiti, colpisce ospedali e piazze del mercato con civili, e nessuno protesta. È ovvio pensare che ci sono accordi economici di alto livello. Lo scorso anno la Francia ha venduto al Qatar 24 aerei da guerra Rafale per 3,5 miliardi di dollari Usa. Così le violenze contro i diritti umani vengono taciute. Riyadh aiuta anche l’Egitto e in cambio il nostro Paese deve lasciare un po’ di spazio ai Fratelli musulmani. Insomma, nella lotta al terrorismo e nelle denunce che fa l’occidente c’è molto farisaismo. Anche l’accordo della Ue con la Turchia per il rimpatrio dei rifugiati soffre di molta ambiguità. Sembra fatto in fretta e con superficialità. Come si può pensare di far tornare indietro un profugo che ha pagato 5mila euro per imbarcarsi, ha rischiato la vita per arrivare in Europa, per poi rimandarlo in Turchia, non certo un modello di diritti umani, e in più una base degli scafisti? C’è una piaga, una malattia islamica dentro l’islam e tutte le lotte sono interne all’islam per definire che cosa sia la vera religione. Una parte di questa lotta è finanziata da questi Paesi che vogliono far vincere l’islam wahhabita. Ad Al-Azhar, l’università più autorevole del mondo sunnita, non sono wahhabiti, ma poiché l’Arabia saudita sostiene l’università, essi insegnano questo islam fondamentalista. Loro dicono: No, no, stiamo cambiando, ma non è vero. I libri sono sempre gli stessi: irridono verso le altre religioni, verso i kuffār (i pagani), … Un mese fa alcuni grandi pensatori egiziani accusavano al-Azhar alla televisione: “Non potremo fare nulla – essi dicevano – finche questa università non cambia i suoi programmi di insegnamento”. L’integrazione con le regole Per cambiare la situazione abbiamo pochi strumenti in mano. L’unica via d’uscita è che l’Europa sia rigorosissima nelle norme, insegnando a qualunque immigrato, anche ai musulmani, che qui ci sono leggi precise e precise tradizioni culturali che vanno rispettate. Non è ammissibile cedere e lasciare che si preghi per strada bloccando il traffico, aiutando per questo e per quest’altro; non si può accettare che essi rifiutino di andare a scuola e poi pretendano il sussidio di disoccupazione. Tempo fa seguivo alcuni profughi musulmani nelle periferie di Parigi. E ho osservato che le ragazze studiavano in modo molto proficuo, la sera stavano a casa a studiare le lezioni. I giovani invece la sera se la spassavano, andavano al bar fino a mezzanotte, e così hanno concluso male la scuola. In questo modo trovavano solo lavori precari, temporanei, o andavano a rifugiarsi alla moschea chiedendo un sostegno. Le famiglie non riescono a guidare i loro ragazzi. Occorre educare al rispetto delle regole della convivenza. In Germania, ad esempio, nella città dove passo alcuni mesi ogni anno, dopo le 10 di sera non si può fare chiasso. Che ci sia festa o no, non si può fare rumore. La polizia arriva e mette in guardia i colpevoli. Dopo due volte porta i trasgressori in prigione per alcuni giorni. L’integrazione è anche questo. E prima di dare a tutti questi profughi il permesso di soggiorno, occorre un periodo di prova per vedere se loro sono capaci di integrarsi. In Germania, a 200 metri dalla parrocchia dove vado, c’è un campo profughi a maggioranza musulmana. Provengono da Siria, Libano, Medio oriente, Africa… e sono felicissimi. Con loro parlo in arabo, o in francese con gli Africani. E tutti loro dicono sempre in coro: Dio benedica la Germania! Cosa fanno? Li ospitano per esempio in una scuola disaffettata, ogni famiglia in una stanza, molto sobri, e danno loro non soldi, ma buoni per comprare le cose necessarie (cibo, vestiti, ecc.., non tabacchi o alcol). I bambini vengono messi a scuola a imparare la lingua. Per i genitori vi è la scuola per adulti, tenuta da volontari. Dentro queste regole ferree, loro ringraziano il governo tedesco. In questo modo l’Europa può anche mostrare il suo stile di attento umanesimo. Una famiglia libanese di quel campo profughi, ad esempio, è rimasta colpita che il papà sia stato sostenuto a fare un’operazione molto delicata al cuore e la riabilitazione. Mi dicevano: Al nostro Paese nessuno avrebbe accettato di aiutarlo. L’integrazione significa anche lavoro. Occorre una formazione introno ai due anni; poi è necessario metterli alla prova; e se dimostrano la loro capacità di integrazione, ricevono il permesso di soggiorno. In seguito, qualcuno di loro può anche chiedere la cittadinanza. In Germania, usando questo metodo ci sono meno problemi, anche se vi sono diversi milioni di rifugiati. Occorre che i nostri politici, insieme coi musulmani che capiscono i problemi dell’occidente, trovino una strada per educare all’integrazione. In Italia, invece, ho trovato problemi. Ad esempio ho incontrato due egiziani i quali rifiutano di lavorare, rifiutano di integrarsi e vivono alla giornata. L’unica cosa a cui aspirano è di trovare qualche donna italiana da sposare per mettersi a posto con il visto e restare in Italia. Purtroppo le donne si sono lasciate conquistare, ma ora si lamentano perché nel periodo di corteggiamento i due erano gentili, corretti, disponibili. Dopo, quando si sono sposati, hanno cominciato a comandare le loro donne come se fossero in Medio oriente: non andare di là, dove ci sono troppi uomini; stai dietro al tuo uomo e mai al suo fianco, ecc… Integrazione significa far comprendere che qui in Italia l’uomo e la donna hanno gli stessi diritti e doveri, sono perfettamente alla pari. Anzi, se c’è da privilegiare qualcuno, questa è la donna. E questo è proprio il contrario della cultura medio-orientale.

martedì 22 marzo 2016

i banchetti come strumento politico

Data alla Rivoluzione del 1789 l'uso in Francia dei banchetti civici, pranzi pubblici in comune che festeggiano un importante avvenimento o ricordano un anniversario: ne scrisse il 18 luglio 1789 il marchese de la Villette su «La Cronique»: «Vorrei che si istituisse una festa nazionale nel giorno della nostra resurrezione. Per una rivoluzione che non ha esempi, occorre organizzare qualcosa di nuovo. Vorrei che tutti i borghesi della buona città di Parigi apparecchino la tavola in pubblico e prendano il pasto davanti alla loro casa. Il ricco e il povero sarebbero uniti e tutte le classi confuse insieme. Le strade ornate di tappeti, disseminate di fiori [...]». E così fu fatto a Parigi, ma in un luogo prestabilito, il parco della Muette, il 14 luglio 1790, per la festa del Campo di Marte, o il 26 luglio 1792, sulle rovine della Bastiglia.
Con uno spirito diverso, in tono minore e solo su invito personale, furono tenuti banchetti anche sotto la Restaurazione e sotto la monarchia di Luglio: secondo un'usanza inglese, utilizzata dallo stesso Guizot, erano riunioni a carattere clientelare con le quali i notabili mantenevano il contatto con i propri elettori. A partire dal 1847 i banchetti furono utilizzati da parlamentari dell'opposizione i quali in pubblici discorsi presentavano le loro proposte di riforma politica e rendevano manifesta la loro critica al governo. Generalmente, s'iniziava con una sfilata, accompagnata da un'orchestra, per le strade della città, poi ci si sedeva a tavola all'aperto, pagando il pranzo organizzato, alla fine del quale gli oratori tenevano un discorso: così poteva trascorrere un'intera giornata festiva.

martedì 16 febbraio 2016

Novalis (Europa oder die Christenheit)


«Erano belli, splendidi tempi quelli in cui l'Europa era una terra cristiana in cui un'unica Cristianità abitava codesta parte del mondo umanamente configurata, e un unico grande interesse comune univa le province più remote di questo vasto reame spirituale. Senza grandi possessi terreni, un solo capo supremo dirigeva e unificava le grandi forze politiche. Una numerosa corporazione, cui ognuno aveva accesso, gli era immediatamente sottoposta, ne eseguiva i cenni e si adoperava con ogni zelo a consolidarne la benefica potenza. Ogni membro di questa comunità era dovunque onorato; e se gli umili cercavano presso di lui conforto o aiuto, protezione o consiglio, e in cambio provvedevano volentieri e con generosità ai suoi molteplici bisogni, anch'egli trovava protezione, rispetto e ascolto presso i potenti; e tutti si tenevano cari questi uomini eletti, armati di forza prodigiosa, come figli del cielo la cui presenza e benevolenza diffondevano molteplici benedizioni. Un'infantile fiducia legava gli uomini ai loro messaggi. Con che serenità ciascuno poteva compiere la sua quotidiana opera terrena, poiché grazie a questi santi uomini un avvenire sicuro l'attendeva e da loro poteva aspettarsi venia per ogni passo falso e da loro veder cancellato e schiarito ogni oscuro istante della vita. Erano essi i piloti esperti sul gran mare sconosciuto, sotto il cui usbergo si poteva tenere in non cale tutte le tempeste e tranquillamente confidare nell'approdo e nello sbarco sicuro sulle rive della patria vera.
[...]
L'odio personale inizialmente nutrito per la fede cattolica si trasformò a poco a poco in odio per la Bibbia, per la fede cristiana e alla fine addirittura per la religione. Di più: l'odio per la religione si estese molto naturalmente e conseguentemente a tutti gli oggetti dell’entusiasmo, sconsacrò fantasia e sentimento, morale e amore dell'arte, speranze e tradizioni; a stento conservò l'uomo a capo della gerarchia degli esseri naturali, e la musica dell'universo, inesauribilmente creatrice, ridusse allo strepitio monotono di un enorme molino, che, mosso dalla corrente del caso e natante su di essa, doveva venir considerato come un molino in sé senza costruttore né mugnaio, come un vero e proprio perpetuurn mobile, come un molino che macini se stesso.
Un solo entusiasmo era stato generosamente lasciato al misero genere umano rendendolo indispensabile, come pietra di paragone della più alta cultura, ad ogni azionista di essa: l'entusiasmo per questa stupenda e grandiosa filosofia, e in particolare per i suoi sacerdoti e mistagoghi [iniziatori ai misteri della religione]. La Francia fu così fortunata. da diventare la culla e la sede di questa nuova fede che era impastata di ogni sapere. [...] Quei messeri erano occupati senza posa a purificare d'ogni traccia di poesia la natura, il mondo, l'anima umana e le scienze, a distruggere ogni resto di religiosità, ad avvilire con sarcasmi la memoria di ogni personalità o avvenimento edificante e a spogliare il mondo di qualsiasi colorito ornamento. La luce era divenuta la loro prediletta per via della sua matematica docilità e della sua impudenza. Si rallegravano di poterla suddividere anziché contemplarla e giocar coi colori, e da essa quindi chiamarono Illuminismo quella loro grande impresa.
[...]
Sugli altri paesi europei, all'infuori della Germania, si può solo profetare che, con la pace, comincerà a pulsare in loro una nuova e più alta vita religiosa che inghiottirà presto ogni altro interesse mondano. Invece in Germania si possono già indicare con piena sicurezza le traccie di un nuovo mondo. La Germania precede con passo lento ma sicuro i rimanenti paesi europei [...]
[la Germania ha una pre]ponderanza su gli altri. Nelle scienze e nelle arti si nota un potente fermento. Si sviluppa dovunque un'infinita ricchezza spirituale. Si scava da miniere nuove, intatte. Mai le scienze furono in mani migliori o, almeno, suscitarono maggiori aspettazioni; si indagano le parti più diverse degli oggetti, nulla si tralascia, tutto vien dibattuto, giudicato, investigato. E tutto si rielabora; gli scrittori diventano piu personali e potenti, ogni antico monumento della storia, ogni arte, ogni scienza trova degli amici e viene abbracciata e fecondata con nuovo amore. Una versatilità senza pari, una profondità meravigliosa, una splendente politezza, conoscenze vastissime e una fantasia ricca e piena si trovano qua e là, e spesso, audacemente accoppiate. Un possente presentimento d'arbitrio creatore, un superamento di ogni limite, di una molteplicità infinita, di una santa originalità e di una universale capacità dell'uomo interiore sembra destarsi dovunque. Svegliatasi dal sogno mattutino dell'inesperta fanciullezza, una parte del genere umano esercita le sue prime forze contro i serpenti che avvolgono la sua culla e gli vogliono togliere I'uso delle membra. Non sono ancora che accenni, incoerenti ed informi, ma che già tradiscono all'occhio dello storico una individualità universale, una storia nuova, una umanità nuova, il dolcissimo abbraccio di una giovane Chiesa sorpresa e di un Dio d'amore, e l'intima concezione, nelle sue mille membra contemporaneamente, di un nuovo Messia.»

Novalis, Cristianità o Europa, a c. di M. Manacorda, Einaudi, Torino 1942, pp. 3, 14-15, 18-19.

domenica 6 settembre 2015

Bertinotti: il comunismo ha fallito

Il comunismo? «Ha fallito». La cultura politica da cui si deve ripartire? «Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo». Il gesto più rivoluzionario di questi anni? «Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger». L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? «Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani». Parole clamorose, perché a pronunciarle è l’ultimo dei Mohicani della vecchia sinistra italiana: Fausto Bertinotti, il leader di quella che è stata Rifondazione comunista. Un discorso-choc quello che l’ex presidente della Camera ha pronunciato a Todi il 29 agosto scorso, che in qualche modo segna il vero cambiamento epocale della politica italiana, la chiusura definitiva di quella che è stata la prima Repubblica.
Bertinotti ha raccontato che il mondo è effettivamente cambiato in modo così sorprendente da abbattere qualsiasi tentazione di nostalgia. «Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze», ha premesso l’ex leader rosso. E ha raccontato un episodio per rendere l’idea: «L’altra sera stavo con alcuni dei migliori studiosi e scienziati italiani e con qualche brivido ho sentito dire che beh, insomma, non è ormai così fuori dalla portata potere progettare un essere umano e stabilire se debba avere occhi azzurri piuttosto che scuri con una taglia piuttosto che un’altra. Insomma, grosso modo come si comprerebbe un vestito...».
Una trasformazione radicale, quindi, che secondo Bertinotti «chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale». E qui la scelta di campo che non ti saresti aspettato dall’ex segretario di Rifondazione comunista: «Io penso che la cultura liberale- che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato - è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione».
Bertinotti si è reso conto di q uel che stava dicendo: «Faccio fatica a dirlo. Ma io appartengo a una cultura che ha pensato che si potessero comprimere- almeno per un certo periodo- i diritti individuali in nome di una causa di liberazione. Abbiamo pensato che se per un certo periodo era necessario mettere la mordacchia al dissenso, eh, beh... ragazzi, c’era la rivoluzione». Ecco l’auto-accusa terribile: «La mia storia ha pensato che si potesse comprimere le libertà personali. L’intellettualità europea fra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica, e che bisognava attendere il 1956 o Praga!».
E anche questo è un racconto della storia di Italia che non è mai stato fatto nemmeno dai post-comunisti. Dopo questo lavacro purificatore, il nuovo battesimo bertinottiano: «Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica».
Era serata di grandi rivisitazioni, e non è sfuggito nemmeno qualcosa di più stretta attualità: nemmeno il sindacato è sfuggito al piccone di Bertinotti, che pure è stato una vita dirigente della Cgil: «ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica», ha spiegato l’ex presidente della Camera. «È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori». Bertinotti ha fatto un esempio pratico e assai illuminante dei risultati di questa scelta sindacale: «Nel 1975 i salari italiani erano i più alti di Europa. Più alti di quelli che c’erano in Germania: un operaio di Mirafiori prendeva di più di un operaio della Volskwagen, e la Fiat faceva 2 milioni di automobili. Oggi i salari italiani sono fra i più bassi di Europa. Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi».
E ora Cgil e compagnia sono destinati a scomparire: « Ora arriva Matteo Renzi», ha chiosato il suo intervento Bertinotti, «che ti cancella e il sindacato non ha più armi per difendersi. Perché nel frattempo sono i lavoratori a non riconoscerti più come prima. Avresti dovuto rinunciare tu al sovrappiù di permessi sindacali nel pubblico impiego, non fartelo imporre. Un sindacato così è un sindacato disarmato, che prima o poi si fa irretire nella rete del potere».
di Franco Bechis